[SCRIVERE LA MEMORIA, GUARDANDO LA VITA]
di Mosé Franchi
E’ un rapporto a tre, quello che Gabriele Forti (il professionista della settimana)
porta avanti con la fotografia. Ci sono sensibilità e modo di vedere personale, che si
mettono a disposizione di due vite parallele: quella da vivere e un’altra da scrivere.
Gabriele inizia a fotografare per missione (o vocazione, come diremmo noi), proprio
quando si accorge che nella memoria del padre si è scritto poco: questo a dispetto di
una vita (vissuta da altri) corsa in avanti in maniera inconsapevole. Da quel
momento il nostro deve fotografare sempre più, quasi che producendo immagini,
vissuto e memoria possano sincronizzarsi, rendersi coerenti. Non sarà possibile, lo
sappiamo; ma varrà sempre la pena di tentare, almeno per gli altri: facendo sì che
l’emozione buona si trasformi immediatamente in ricordo.
All’inizio Gabriele non ama il matrimonio, poi lo riscopre: rendendosi conto che quel
giorno le tre componenti della sua fotografia quasi si sovrappongono. Andrà oltre, il
nostro autore, perché tanti sono gli ambiti da scrivere e leggere all’istante. E lì si
applicherà.
Resta il mistero del paesaggio, svelabile facilmente se riflettiamo a fondo sulle
fatiche di Gabriele. Rincorrere la vita con la memoria non è da tutti ed anche lui ha
bisogno di un ristoro, di un momento di preghiera. Il paesaggio è suadente per fissità,
ma mutevole istante per istante. Tra tutte le sfumature di un tramonto “gelato” potrà
essercene una vista anche dal padre che non ha conosciuto. Ci auguriamo che
Gabriele possa accorgersene, anche solo per fermarsi un attimo. C’è una preghiera
da recitare: chi se ne è andato presto ha lasciato il silenzio, ma ha donato la vista.
Bravo Gabriele.
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D] Gabriele, quando inizi a fotografare? E perché?
R] L’inizio è legato a un forte legame per le immagini. Io ho perso il padre
prematuramente (avevo un anno) e di lui mi erano rimaste poche immagini, con in
più un filmino. Poco, troppo poco: almeno per conoscere e riconoscere una figura
paterna. Ho percepito da subito il valore storico della fotografia e di come fosse
importante garantirsi (e garantire) una memoria. Poi c’era la mancanza d’immagini,
alla quale ho dovuto sopperire da solo: quasi a placare una sete, che col tempo
diventava espressività. La mia fotografia era un bisogno, ecco tutto; e a tutt’oggi non
sono riuscito a placarlo.
D] Tutto è iniziato con la maturità?
R] Sui ventuno anni, quando ho ritrovato un filmino che ritraeva mio padre. Non
avevo mai visto i suoi gesti ed è stata una folgorazione. Da quel momento la
fotografia è diventata la mia missione.
D] Un’esperienza significativa, segnante: ha influenzato anche il tuo modo
di scattare?
R] Tendo a mettere un po’ del mio in ogni cosa che vedo. Non so se questo derivi
direttamente da quanto mi è accaduto, ma la “fotografia per missione” trae spunti da
più parti: proprio perché vitale.
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D] E a passione?
R] Bisogna averla dentro, perché in fotografia non s’improvvisa. E’ un po’ come la
sensibilità: fa parte della fotografia, ma nessuno può insegnartela; possederla poi è
un carattere individuale, o c’è o non c’è. E’ l’autore che dona la vita a un’immagine,
perché vede ciò che gli altri non riescono a cogliere.
D] La passione fa parte di te?
R] Ci mancherebbe: non potrei andare avanti senza. La definirei quasi un bisogno,
necessario per fermare il tempo e la vita della gente. Per star bene, devo fotografare.
D] Bello il concetto: passione come bisogno …
R] Guarda, nella vita sono stato occupato in tante cose: ho lavorato per FENDI,
diventando poi direttore della fotografia in un lungometraggio. La passione è un
bisogno che traduce ricordi, generando memorie. Lo stesso matrimonio, che all’inizio
non riuscivo a far mio, l’ho trasformato in un modo per vivere e adesso mi reputo il
testimone di un evento molto importante, in chiave temporale.
D] Hai avuto degli elementi ispiratori?
R] Ce ne sono stati tanti: Toscani, Fontana; ma Bruno Bruchi ha rappresentato per
me la fonte più importante, come fotografo e come uomo.
D] Bruno Bruchi ha fatto parte della tua formazione?
R] Non ho frequentato scuole, solo qualche workshop: ma io credo che nessuno
possa insegnarti nulla. La mia scelta è stata appunto quella di legarmi a Bruno Bruchi.
Una mattina l’ho chiamato al telefono e mi sono proposto. Abbiamo trascorso tanto
tempo insieme e tramite lui ho trovato un mio modo di fotografare.
D] Molto singolare la tua scelta formativa, anzi: molto decisa …
R] Come avrai capito, io ho obbedito a qualcosa che avevo dentro. Potrei definire il
tutto come una vocazione, che poi è la missione descritta prima. Una formazione
“classica” è più vicina alla razionalità, alle scelte logiche. Il mio era amore, per la luce
e per il suo ruolo nella fotografia: era importante che mi appoggiassi a qualcuno.
Attenzione, ho letto tanti libri: perché credo sia importante osservare il lavoro di
altri; ma il mio apprendimento l’ho affidato tutto “al Bruno”.
D] Consiglieresti questo approccio formativo anche ad altri?
R] Quando mi chiedono: “Voglio fare il fotografo, come posso procedere?”, io
rispondo: “Affidati ad un professionista, seguendolo con attenzione”. Una persona del
mestiere è pagata per svolgere quel lavoro, ed anche motivata. Tutti usano i propri
trucchi e sono depositari di alcuni segreti tipici della professione. Ma un fotografo,
mentre lavora, è al 100% delle proprie possibilità. Tieni conto che io volevo
debuttare subito come fotografo e non come amatore. Gli orpelli accademici non
erano per me.
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D] Nel tuo sito vedo tre sezioni: paesaggio, matrimonio, glamour; tu come ti
definiresti?
R] Amo mettermi alla prova, cambiare: ecco tutto. Bruno mi diceva: “ La tecnica che
hai a disposizione non contaminarla con la creatività, soprattutto mentre stai
fotografando”. E a me piace sperimentare cose nuove, rinnovati linguaggi: anche
questa risulta un’esigenza.
D] Qual è però la definizione che attribuisci al tuo lavoro?
R] Nasco come paesaggista, che poi è il mio punto di forza. Sono partito da là.
D] Qual è la qualità più importante per chi si dedichi al paesaggio?
R] Sensibilità; e poi devi trovarti al posto giusto nel momento adeguato. Bisogna
anche essere avvezzi al sacrificio: perché chi ritrae paesaggio è fuori mentre gli altri
dormono, magari a temperature siderali.
D] Esistono anche degli aspetti tecnici importanti?
R] Eccome! Il paesaggio è difficile. Ci vuole tanta tecnica, che vuol dire: conoscenza
delle ottiche e dei “settaggi” della macchina. Sappi che si scatta in condizioni molto
mutevoli: non siamo in studio, dove tutto è sotto controllo. Il mio approccio poi verte
sul “tutto in manuale”: dall’esposizione, al bilanciamento del bianco; il che amplifica
le difficoltà.
D] Matrimoni e glamour, come nascono?
R] I primi li ho affrontati per ragioni utilitaristiche, perché di paesaggio non si vive.
Ho iniziato quasi scherzando, con Andrea Corsi (un fotografo che fa reportage del
matrimonio). Lui mi ha fatto conoscere il clima dell’evento ed anche lì è stata una
folgorazione. Sono riuscito a comprendere il vero senso di quella fotografia: che poi
vuol dire interpretare e dirigere un momento importante della vita. Quando mi trovo
tra sposi e invitati, riesco a percepire tensioni ed emozioni: che alla fine diventano
anche le mie. Uno sposalizio vive in un giorno di gioia e anch’io mi accomuno in quel
sentimento.
D] Gli sposi poi non sono tutti uguali …
R] Vero, ho ritratto brasiliani, politici, persone importanti; e tutti mi hanno restituito
un’esperienza da ricordare. Anche Bruno è sempre stato polivalente, riuscendo a tirar
fuori il meglio da tutto; io tento di imitarlo. Sappi che poi mi si sono aperte ulteriori
opportunità, visto che ho fotografato anche i Resort dove si svolgono i ricevimenti.
Insomma: da cosa nasce cosa.
D] E il glam? A cosa è dovuto?
R] In una parola: curiosità. Volevo cimentarmi in un genere diverso, che poi è il
sogno di molti. L’esperienza è stata interessante, ma credo sia un genere da
affrontare ad altissimo livello: dove le professionalità sono al massimo.
D] Cambiamo argomento: B/N o colore?
R] Io sono convinto che il mondo sia in B/N e che il colore sia una nostra visione,
un’interpretazione dello spettro luminoso. Io comunque preferisco il colore, le
saturazioni: anche se il monocromatismo rende i soggetti maggiormente interessanti,
risultando anche più semplice.
D] Vieni dall’analogico?
R] Ho fotografato tanto in pellicola. Il digitale l’ho affrontato con un apparecchio
della concorrenza, ma un giorno mi sono reso conto che dovevo passare a Canon. Ho
preso un’EOS 5D (fotocamera che passerà alla storia), scoprendone una gamma
cromatica “esagerata”, un’assoluta fedeltà ai colori e un bilanciamento del bianco
esaltante.
D] Rimpianti per la pellicola?
R] Tantissimi: per via della gamma colore e una certa tolleranza all’errore. Il digitale
non perdona e offre una latitudine di posa inferiore rispetto alla pellicola.
D] Questioni di supporto, quindi …
R] Non solo, anche di approccio. Con la pellicola lo scatto era più consapevole e
l’attenzione altissima. Mi rendo conto, comunque, che il digitale offrirà alla fotografia
la possibilità di diventare arte, questo per via degli interventi che si possono fare
dopo la ripresa.
D] Sei un paesaggista, forse non ami lo studio …
R] Scatto anche in studio, anche se spesso mi porto i suoi flash in esterni. La luce
naturale è bella, ma a me piace contestualizzarla con i lampi da studio. Tieni conto
che io pretendo molto da ciò che sta prima dello scatto, delegando alla “post” lo
stretto indispensabile. Alle volte porto la luce dove prima non c’era, oppure enfatizzo
il paesaggio con l’uso di filtri degradanti. Insomma,il mio RAW deve essere perfetto.
D] Tra studio e fuori cosa preferisci?
R] In assoluto amo gli esterni, anche se allo studio invidio l’estremo controllo
attuabile.
D] Controlli molto bene la luce …
R] Credo, anche perché rappresenta il termometro per capire se un fotografo è un
professionista oppure no. Dopo l’avvento del digitale, questo concetto si esaspera:
perché fotografare è molto più semplice.
D] Quando incontri Canon?
R] Ho fatto dei test, quindi ci sono arrivato per via deduttiva. Ti ho già detto dei miei
anni con la pellicola e la concorrenza, che ho utilizzato anche per passare alla nuova
tecnologia. Mi sono reso conto che con Canon era meglio, già utilizzando una 400D.
Ne sono rimasto sorpreso, ma comperando la EOS 5D ho raggiunto il massimo della
soddisfazione (amplificata dallo zoom 24 – 70 f/2,8). Alla fine posso dire che è stato
amore a prima vista.
D] Canon ti è stata d’aiuto nel tuo lavoro?
R] Sì, quando gli altri lavoravano a 200 ISO, io mi spingevo a 1600 ISO.
D] Oggi cosa utilizzi?
R] Due EOS 5D Mark II e una EOS 1Ds Mark III, con tantissime ottiche: un 85 f/1,2;
un 14 mm, il 15 fish eye, il 24 – 105, il 70 – 200 f/2,8 stabilizzato, il 300 f/2,8 (una
delle grandi sorprese, assieme al 15 mm.). Come zoom corto ho optato per il 17 – 40
ed anche lì sono rimasto molto soddisfatto.
D] Scatti in RAW?
R] Sempre.
D] Curi personalmente il fotoritocco?
R] Solo il fotoritocco, come dire: curo le mie foto prima di darle alla stampa. La base
è opera mia.
D] Qual è il tuo flusso di lavoro?
R] Uso Light Room perché è molto rapido. Scatto molto e dpp (fantastico per fedeltà
e nitidezza) è un po’ troppo macchinoso, Con quell’applicativo intervengo sul
bilanciamento del bianco e su luci e ombre. Dopo passo tutto in Photoshop (dove uso
anche i filtri), col quale lavoro sui livelli. Il digitale ha poca latitudine che cerco di
tamponare appunto con la post. Come vedi i miei interventi sono minimi, così non mi
posso permettere uno scatto che non sia perfetto.
D] Dopo tanta carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti
portare a termine?
R] Ho molti progetti. Partirò a gennaio per documentare la Sindrome di Rett,
fotografando madri e figlie (la malattia colpisce prevalentemente le bambine, che
hanno degli occhi bellissimi). Andrò anche in California per un servizio sulla pasta
fatta a mano …
D] Tutte cose tangibili, già fatte; non hai nessun sogno?
R] Vorrei tanto che la gente vedesse le mie foto, magari attraverso una mostra a
livello nazionale.
D] Se potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?
R] Mi sento un po’ in imbarazzo di fronte ad una domanda di questo tipo. Io sono
legato spiritualmente alla fotografia e tutto quello che porta va bene. Ogni giorno
ricevo dei doni, perché vedo cose che altri non percepiscono. Diciamo che si aspetta
sempre il momento magico e magari questa intervista potrebbe esserlo. E’ già un
augurio, no?
Grazie a Gabriele Forti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.
Mosé Franchi

Faccio i miei piu sinceri complimenti per l’intervista …… veramente toccante ……. a presto marco
Volevo sapere se è stata proprio la canon a contattarti e dove è stata pubblicata l’intervista grazie
si mi hanno contattato loro e l’intervista è uscita sulla rivista della canon come il professionista del mese una saluto grazie marco e grazie simone